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Considerazioni sul Cantiere Medievale - Pagina 2

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Considerazioni sul Cantiere Medievale
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Vogliamo solo accennare ai tempi di costruzione della più famosa cattedrale del Mille e cioè il duomo di Pisa, semplicemente con qualche considerazione di ordine pragmatico poiché il problema non è stato a nostro avviso ancora risolto in modo ineccepibile nonostante, come è ovvio, sia stato esaminato dai maggiori architetti e storici dell’arte.

Ci limiteremo alla prima fase del duomo di Pisa che, iniziata da Buscheto nel 1063/64, sarebbe durata circa mezzo secolo (i suoi altari furono consacrati nel 1118 e nel 1120). Continuano a sfuggirci le ragioni per cui, epigrafi e documentazione storica a parte, solo raramente si è presa in considerazione la più che probabile impossibilità che uno stesso individuo di nome Buscheto abbia iniziato e portato a termine l’antica prima cattedrale entro il 1110, data presunta della sua scomparsa (gli succederà Rainaldo). Basterà porre attenzione ad alcune considerazioni (come anticipato, di puro pragmatismo) sia in ordine alla dimensione biologica della vita media dell’uomo nel Medioevo (trentasei anni), sia al fatto che in genere un maestro di cantiere diventava tale ad una età non giovanissima. Si consideri che un architetto, oltre a non essere digiuno di cognizioni-base di aritmetica e geometria, acquisiva la propria esperienza dentro le fabbriche, tra successi straordinari ed errori plateali che spesso portavano al fallimento dell’impresa già in corso d’opera. Un’esperienza che si maturava, ci sembra logico, in un arco di tempo abbastanza ampio per cui, tenendo conto dei lunghi tempi ordinariamente necessari per costruire una chiesa, un maestro (come è stato scritto) non avrebbe diretto nel corso della sua vita più di un paio di cantieri: dunque una attività lavorativa di venti, forse trent’anni. Ovviamente non può essere escluso tout court che il nostro Buscheto sia vissuto grosso modo fino a settant’anni in attività di servizio. Quasi sicuramente era ancora vivo nel 1110: sarebbe morto infatti il 21 settembre di quell’anno (ma ricordiamo che secondo l’uso medievale l’epigrafe sepolcrale non indica alcuna data) ‘o di uno degli anni immediatamente successivi’. Per di più i documenti storici che lo riguardano con sicurezza sono tutti del secolo XII (1313 cfr. voce Buscheto, in EAM, IV, Roma 1993, a cura di G. SCALIA – V. ASCANI, pp. 17-19.). Non si potrà certo disconoscere il ruolo di crocevia di esperienze disparatissime in una città marinara come Pisa e suoi stretti legami con la Terrasanta, così come l’esistenza di edifici preromanici siti nella città come il San Piero a Grado (dintorni; metà circa del X secolo: il più antico), Santa Cristina, San Matteo, San Zeno, dove compare il motivo orientale del quadrato sull’angolo più o meno geometricamente regolare. Si legga, ad esempio, quanto scrive a tale proposito lo scandalizzato monaco Donizone nella Vita di Matilde di Canossa, composta tra 1111/12 e 1115/16: ‘sudicia città di pagani, di Turchi, di Libici ed anche di Parti, i bui Caldei scorazzano sulle sue spiagge’ (1414 vv. 1370-73, traduzione e note di P. Golinelli, introduzione di V. Fumagalli, Milano 19879.). In verità a Pisa, dove tra XI e XII secolo si registra il primo documento interamente in volgare, il cosiddetto ‘conto navale’, tra XII e XIII gli intellettuali conoscevano bene non solo il latino, ma anche il greco e i mercanti erano in grado di scrivere e parlare l’arabo (1515 L. BATTAGLIA RICCi, Breve profilo della cultura a Pisa tra XII e XIII secolo, in ‘Cimabue a Pisa. La pittura pisana del Duecento da Giunta a Giotto’, Pisa 2005, p. 48.). Dunque può non essere necessario immaginare fantastici viaggi di Buscheto attraverso tutto l’orbe conosciuto. Ci sia permesso comunque di dubitare che un giovane grosso modo poco più che ventenne nel 1064 avesse già acquisito esperienze così vaste da conoscere l’architettura siriaca (da cui discenderebbe l’icnografia del duomo pisano), quella dell’antichità pagana e paleocristiana, del mondo armeno (quadrati sull’angolo) e islamico (bicromia, soprattutto nella versione iberica: moschea di Cordova in particolare, secc. IX-XI), insomma conoscenze che abbracciavano l’Egitto, la Spagna musulmana, l’Anatolia, Costantinopoli. Egli possedeva inoltre cognizioni ingegneristiche (principio delle leve, risalente come è noto ad Archimede, ma dimenticato dai teorici del Medioevo ma comunque noto solo a pochi addetti ai lavori) e minerarie (supposta riapertura di cave di granito non sfruttate da secoli all’Elba e in Sardegna): insomma, come scrive Mario Salmi (1616 Architettura romanica in Toscana, Milano-Roma 1928, p. 12.), ‘una limpida mente assimilatrice’ cui tuttavia ‘non toccò la ventura di attuare interamente la sua grandiosa visione estetica’. Dell’argomento si è occupato Adriano Peroni (1717 Architettura e decorazione, in ‘Il Duomo di Pisa’, Modena 1995, pp. 13 ss.) senza, ci sembra, dare risposte convincenti forse perché impossibili. Da ultimo vedi che neanche Guido Tigler (1818 Toscana romanica, Milano 2006, p. 46.) si pone il problema sotto questo profilo, ma è importante segnalare quanto scrive (p. 211) invece sulla situazione edilizia pisana, e cioè che ‘poco dopo il 1026’ il monaco Bono, proveniente da Nonantola, ricostruì il monastero di Borgo San Michele a Pisa ‘per il cui chiostro fece venire colonne dall’Elba (in granito) e da Luni (in marmo di Carrara)’. Di conseguenza sembrerebbe che circa un quarantennio prima che si desse inizio al duomo pisano le cave dell’isola d’Elba fossero già in funzione. Comunque il nostro genio giovinetto (Buscheto) fu incaricato dalla Repubblica dell’Arno, dal Vescovo e dai Marchesi di Toscana di progettare e dirigere la costruzione di un edificio di una tale importanza e dimensioni da costituire un esempio unico nel panorama dell’architettura del Mille non solo in Toscana, ma non sappiamo sulla base di quali referenze. Ci pare indubbio che la scelta sia stata fondata sulla conoscenza di sue opere ben note, realizzate nella città o nei dintorni. La critica non ci sembra abbia ancora indagato a fondo questo aspetto del problema: pare tuttavia accertato che fosse attivo anche a Pistoia negli anni Settanta del secolo, dunque in contemporanea al cantiere pisano. Indubbiamente le sue straordinarie capacità seppero dare al nuovo edificio una perfezione estetica mai vista sino ad allora, come la regolarizzazione del motivo armeno dei quadrati sull’angolo già presenti, sebbene estremamente insicuri nella loro irregolarità geometrica, nel San Piero a Grado e nel San Zeno. Non sappiamo se si debba dubitare che Buscheto sia stato il progettista di questa grandiosa fabbrica o che lo stesso individuo l’abbia portata a compimento (come sembrerebbe più probabile basandosi sulla documentazione storica superstite). Le ben note iscrizioni celebrative e trionfalistiche della sua tomba, riesaminate con attenzione da G. Tedeschi Grisanti (1919 scheda n. 8, pp. 336-37, in ‘Il Duomo di Pisa’, Modena 1995.), mostrano che la mitizzazione della sua figura ebbe inizio già in vita e perdura tuttora nella letteratura specialistica. Il problema resta aperto ma, come scrive M.L. TESTI CRISTIANI (2020 Tra Oriente e Occidente. Arte medievale a Pisa, CNR, Roma 2005, p. 141 ss.), se l’inizio della costruzione del Duomo avvenne ‘non implausibilmente’ nel 1087, si sistemerebbero alcuni tasselli del mosaico sulla durata della lunghissima vita di Buscheto (esattamente di una generazione più giovane).

Neanche per le grandi cattedrali o chiese abbaziali di Sardegna si potrà immaginare un tempo inferiore ai quindici anni e ciò ad essere ottimisti considerando comunque che nell’isola forse l’andamento stagionale era meno condizionante rispetto, ad esempio, a quello delle regioni settentrionali della penisola, senza dimenticare che fattore imprescindibile per abbreviare i tempi di costruzione era il disporre di una committenza alta (i giudici) e dunque di fondi pressoché illimitati come a Bisarcio e Saccargia e prima ancora nella basilica del Mille del San Gavino a Porto Torres, illustrata da chi scrive nel 1997‘San Pietro, San Paolo e Santo Stefano appaiono in sogno all’abate Gunzone di Cluny per mostrargli lo schema e le misure della chiesa abbaziale da costruire’ (XII secolo), Parigi, Biblioteca Nazionale. (2121 F. Poli, La basilica di San Gavino a Porto Torres. Storia e vicende architettoniche , Sassari 1997.) prima dunque di conoscere i risultati delle indagini archeologiche, scavi impenetrabili da parte dei non addetti ai lavori ed oggi praticamente scomparsi alla vista. Forse tale durata non sarà stata sufficiente se si tiene conto che le notizie storiche in nostro possesso rivelano la presenza (in verità assai esigua) di soli undici operai specializzati provenienti da Pisa. Ovviamente altra forza lavoro sarà stata come sempre reclutata in loco e cioè manovali, apprendisti, carpentieri, fabbri, falegnami, cordai, cui si saranno aggiunti secondo la consuetudine assai diffusa penitenti, donne e bambini. Ci riferiamo ovviamente alla prima fase del San Gavino (iniz. 1030-40) e cioè la ecclesia est, raddoppiata (ecclesia ovest) qualche decennio dopo (sempre entro il Mille) fino a comporre l’attuale icnografia ad absidi affrontate.

Abbiamo comunque la fortuna per il San Gavino di disporre dei risultati degli scavi archeologici eseguiti nelle campagne di scavo degli anni 1963 e 1989-2003. Le prime ricerche furono iniziate nei lontani anni Sessanta da Gugliemo Maetzke (2222 ‘Monte Agellu‘. Le origini della basilica di S. Gavino di Porto Torres secondo le testimonianze archeologiche, Sassari 1989.) e portarono alla scoperta dei resti di un edificio sacro occidentato attribuibile a V secolo, reso ispezionabile attraverso la tristissima galleria inferiore seicentesca della basilica. Il suo schema planimetrico raccorciato trova precisi riscontri in chiese scomparse sia sarde (Dònori, San Nicola), sia ravennati (Africisco, San Michele), sia siciliane (Nésima, basilica), costruite tra il V e il VI secolo. Gli scavi sono proseguiti, senza potere essere portati a conclusione, negli anni 1989-2003 nei cortili che fiancheggiano la chiesa sui lati lunghi, denominati per tradizione ‘Atrio Metropoli’ (a sud; oggi lastricato, con ingresso agli scavi non agibile) e ‘Atrio Comita’ (a nord; sistemato a verde, con indicazione del perimetro degli edifici ritrovati). Dei lavori compiuti si è dato conto in un volume a più mani in verità assai lacunoso e impreciso, che riassumiamo con beneficio d’inventario stante l’assenza di una documentazione fotografica e grafica esauriente (2323 Indagini archeologiche nel complesso di San Gavino a Porto Torres. Scavi 1989-2003, Roma 2006.). Oltre alla conferma della destinazione a cimitero pagano-cristiano dell’area del Monte Agellu grazie alle numerose tombe venute in luce, la scoperta di maggiore importanza è stata quella di una presunta chiesa a tre navi, risultato di un doppio rimaneggiamento eseguito tra IV e VI secolo: si tace sostanzialmente sui resti messi in luce dal Maetzke. L’icnografia trinavata è ipotizzata ma non provata perché gli scavi non si sono estesi al di sotto della navatella settentrionale della basilica, in corrispondenza dei ritrovamenti esterni: se mai costruita, questa navatella avrebbe distrutto le strutture murarie ritrovate dal Maetzke nel 1963. Sono poi stati individuati (ad ovest) i resti del basamento di un portico di età posteriore a questa ‘seconda’ chiesa, sfuggenti per datazione e destinazione d’uso. A sud è stata ritrovata una cisterna altomedievale coperta da volta a botte e, in uno scarico di cantiere, minuti frammenti di affresco probabilmente del Mille (giudichiamo dalla fotografia pubblicata). Il testo prosegue con ipotesi insoddisfacenti per mancanza di elementi di scavo inequivocabili e di rilievi di ineccepibile lettura, tra contraddizioni cronologiche nei diversi contributi.

Per quanto riguarda il nostro assunto è stato segnalato che sul fianco settentrionale dell’edificio protoromanico sono state individuate buche di palo che gli operatori ritengono trattarsi dei resti di un’ipotetica chiesa lignea. Se così fosse l’organismo avrebbe avuto dimensioni spropositate per un edificio provvisorio destinato, per un tempo relativamente breve, ad una comunità presumibilmente assai ristretta di fedeli, eretto in attesa dell’ultimazione/agibilità del raddoppiamento verso ovest dell’edificio in muratura in costruzione nel secolo dell’Anno Mille. Non ne conosciamo esempi simili ma solo strutture di modestissime dimensioni, di cui si è trovata traccia archeologica nelle regioni alpine e nell’Europa settentrionale. A nostro avviso ci troviamo in presenza di una loggia di cantiere funzionale alla razionalizzazione di tutte le operazioni costruttive sopra descritte, identiche per qualunque edificio medievale perché soggette agli stessi condizionamenti ambientali ed economici. Presso il cantiere, quando questo veniva supportato da una committenza facoltosa, si costruiva appunto una loggia, cioè una casa-magazzino in legno dove operavano scalpellini, fabbri, falegnami ecc. al riparo dalle piogge e dai freddi invernali e dove si conservavano gli attrezzi e il materiale da lavorare, nonché le macchine per il sollevamento dei materiali da costruzione. Tali strutture precarie, che consentivano di abbattere i tempi morti di lavorazione, oltre un ‘ufficio’ amministrativo/tecnico, ospitavano gli alloggi e la mensa per il personale.

In ogni caso una scoperta importante poiché si tratterebbe dell’unico caso nell’isola che testimoni la presenza di un cantiere edilizio protomedievale di grande specializzazione e di perfetta organizzazione.




Ultimo aggiornamento ( Mercoledì 23 Aprile 2014 12:48 )  
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Rossella Fadda e Fernanda Poli

di Sardegna Medievale, al lavoro

all'interno dalla Basilica di San Gavino

a Porto Torres. Oggetto del set di riprese

fotografiche è la Lunetta del portale

settentrionale della chiesa

(quella posizionata all'esterno è una copia)






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