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Considerazioni sul Cantiere Medievale

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Considerazioni sul Cantiere Medievale
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di FERNANDA POLI

‘Costruzione della Torre di Babele’, Rudolf von Ems, Cronaca universale, (1360 circa), Zurigo, Zentralbibliotek.

Il Medioevo non aveva una concezione chiara e lineare del tempo, per cui sia la rapidità sia la lunga durata di una costruzione potevano essere oggetto di meraviglia come attestato dalle fonti: si prendano i due casi estremi dei venti anni necessari per innalzare Cluny III e dei centoundici per il duomo di Ulm. (11 W. SauerlÄnder, Tempi pieni e tempi vuoti, in E. CASTELNUOVO – G. SERGI, a cura di, ‘Arti e storia nel Medioevo’, I: ‘Tempi Spazi Istituzioni’, Torino 2002, pp. 12 ss.) Per quanto i loro testi tendessero a magnificare le operazioni di costruzione delle cattedrali, non sfuggiva neanche ai cronisti del tempo che varianti imponderabili come il rigore degli inverni e la durata delle piogge influenzavano i tempi di realizzazione. Le epigrafi di consacrazione indicano la fine dei lavori e non la durata degli stessi: caso eccezionale quello del pergamo di Guglielmo (oggi a Cagliari), la cui realizzazione viene indicata in quattro anni e l’ultimazione al 1162 ma si tratta di un manufatto costruito nella bottega del marmoraro e per ciò stesso la sua realizzazione è indipendente per lo meno dalle vicissitudini atmosferiche. Ovviamente se il committente è un imperatore, un re o un grande abate i tempi ‘vuoti’ si annullano. La Santa Sofia di Costantinopoli fu portata a termine dagli architetti di Giustiniano in soli cinque anni e mezzo (22 C. Mango, Architettura bizantina, Milano 1989, p. 68.) grazie ad una straordinaria organizzazione del lavoro e un sistema gigantesco di forniture; l’abbazia desideriana di Montecassino fu costruita nell’arco di un lustro da architetti chiamati da Amalfi e dalla Lombardia e grazie al riuso di materiali come colonne e marmi fatti venire da Roma (33 M. D’ONOFRIO - V. PACE, La Campania, Milano 1981, pp. 43 ss.); Federico II in soli sette anni portò quasi a termine il castello di Maniace a Siracusa. Ma la cattedrale di Santiago di Compostela (iniz. 1078), nonostante il ‘geniale maestro’ Bernardo il Vecchio avesse a disposizione, oltre al caposquadra Roberto, una cinquantina di tagliapietre, durò quarantaquattro anni (44 M. Durliat, L’arte romanica, Milano 1994, p. 71.). Per la cattedrale di Cefalù furono assoldati quarantacinque lapicidi e circa trecentocinquanta lavoratori (55 S. Tramontana, Il Regno di Sicilia, Torino 1999, p. 435; non indicato il tempo di esecuzione.). Un tempo record è considerato il decennio necessario per la costruzione della prima cattedrale di Lucca (1060-70), ma per il San Marco veneziano occorsero più di trent’anni (1063-‘Lapicidi al lavoro’ (da una vetrata della cattedrale di Notre-Dame di Chartres, XII-XIII secolo).1094). Per A.C. Quintavalle la cattedrale di Modena sarebbe stata eretta in sette anni (1099-1106), un giudizio (non condiviso da altri studiosi e neppure da chi scrive) che lo stesso Quintavalle è andato via via attenuando nel suo rigore, ammettendo la possibilità che l’attività documentata a Cremona a partire dal 1107 della taglia di Wiligelmo non testimoni una fine dei lavori di costruzione a Modena, bensì attesti l’eventualità che lo scultore si spostasse velocemente tra i due cantieri contermini. Il 1099 è la data dell’inizio dei lavori e il 1106 quella della traslazione del corpo di San Gemignano a chiesa non ultimata. L’opera di Wiligelmo sarebbe posteriore a questa data: egli avrebbe lavorato a Modena una quindicina d’anni. Ad ogni buon conto trenta/quarant’anni sono stati giudicati un tempo abbastanza breve per la costruzione di una cattedrale (ad esempio quella di Parma), tanto da consentire cioè la conservazione dell’unità stilistica del monumento, sebbene rimanga assai difficile se non impossibile stabilire il tempo medio per l’erezione di un edificio chiesastico (66 Si veda sull’argomento in generale X. Barral I Altet, Contro l’arte romanica? Saggio su un passato reinventato, Roma 2009, pp. 177-78; cfr. anche A.C. Quintavalle, L’arte sulle vie del pellegrinaggio in ‘Romei e Giulibei. Il pellegrinaggio medievale a San Pietro (350-1350)’, Milano 1999, p. 176; Id., Ritualità e strutture dell’arredo tra XI e XIII secolo. Novità sull’officina di Niccolò a Fano ed Ancona e su quella antelamica in Puglia, in ‘Medioevo: i modelli’, Atti del Convegno internazionale di studi di Parma 1999, Milano 2002, p. 135, nota 7; Id., Medioevo: i modelli, un problema storico, in ‘Medioevo: i modelli’ cit., pp. 11 ss; Id., I mostri stiliti. I capitelli del duomo di Modena, FMR, 161, dicembre-gennaio 2004, pp. 60-78; Id., I tempi della scultura e le officine dei progettisti tra XI e XII secolo in Lombardia e in Occidente, in ‘Medioevo: arte lombarda’, Atti del Convegno internazionale di studi di Parma 2001, Milano 2004, pp. 327 ss: in quest’ultimo studio precisa comunque che le sculture della cattedrale di Modena potevano essere state ultimate nel 1106 avant la pose, una data che, sembra di capire, non implicherebbe anche l’ultimazione dei lavori di costruzione.). Infine si ricordi che è stato autorevolmente calcolato che, per erigere una modesta chiesa di campagna (dunque con ogni probabilità senza committenti facoltosi) occorrevano almeno quindici anni impiegando due operai specializzati e usufruendo, per i lavori più pesanti, della collaborazione della gente del villaggio: ‘povertà di mezzi e difficoltà dei trasporti legano strettamente il cantiere medievale alla realtà fisica e sociale del territorio in cui esso opera’(77 D. Fiorani, Tecniche costruttive medievali. Il Lazio meridionale, Roma 1996, p. 5.). Da rifiutare categoricamente è l’idea ‘romantica’ che nel Medioevo gli edifici nascessero privi di progettazione a monte. Infatti documentata e indispensabile era la presenza di un architector progettista (detto anche magister), Relatio de innovatione ecclesie sancti Geminiani, Modena, Archivio Capitolare, cod. n. 11, fol. 1v. ‘L’architetto Lanfranco insieme ad operarii al lavoro’ (XII secolo) che poteva o meno dirigere i lavori (in questo caso chiamato rector), spesso sculptor, di nome e di fatto. Significativa la distinzione tra architectus sapiens, il progettista, e architectus coementarius, il costruttore, segnalata da A. Melucco Vaccaro (88 Agere de arte, agere per artem, in ‘Morfologie sociali e culturali in Europa tra tarda Antichità e Altomedioevo’, Spoleto 1998, p. 349.). Gli artifices erano gli operai specializzati, cui veniva demandata l’erezione delle murature; glioperarii erano i manovali, spesso maestranze locali. Con questo personale, inevitabilmente analfabeta, le difficoltà di comunicazione venivano superate dal progettista/direttore dei lavori segnando i blocchi tagliati con lettere o simboli di semplice e immediata comprensione; allo stesso scopo si creavano modellini o sagome elementari e conosciute e si progettava l’opera mediante l’uso, per quanto possibile, di numeri interi e forme geometriche facili da riprodurre, servendosi sul campo di strumenti quali cordicelle, squadre, livelle.Villard de Honnecourt, ‘Taccuino di disegni,‘Procedimenti e trattati per l’edilizia. In questo modo si tagliano due archi uguali; In questo modo si calcola l’altezza di una torre (XIII secolo), Parigi, Biblioteca Nazionale (n. 19093). Ricordiamo che fino al XVII secolo la capacità di calcolare la resistenza alle sollecitazioni dei diversi materiali non superò la fase empirica, basata cioè sull’esperienza di cantiere (99 cfr. J.J. Terrin, Cupole, Milano 2006, p. 32.). Tra le infinite difficoltà e incognite legate alla costruzione di un edificio sacro ricordiamo che per realizzare un concio un lapicida doveva lavorare da cinque a sei ore e che per scavare le fondazioni era necessario un anno. Uno strumento indispensabile al lavoro dei muratori come la carriola, mossa da un solo uomo, sembra non sia entrato nei cantieri edili prima del XIII secolo (1010 J. Gimpel, I costruttori di cattedrali, Milano 1961, pp. 164; 167.). Sino a quel momento il movimento dei materiali era affidato a manovali: un uomo non poteva portare sulle proprie spalle entro ceste più di due conci per volta, a causa del loro peso non indifferente; si faceva anche uso di barelle rette da due uomini. Tra questi si trovavano penitenti che cercavano così di lucrare il perdono della Chiesa per i loro peccati, donne e bambini: un aiuto in verità poco apprezzato dagli operatori di mestiere che li consideravano concorrenti non graditi (1111 F. Cardini, La cattedrale: il simbolo, il documento, il monumento, in ‘Libri di pietra. Mille anni della cattedrale di Ancona tra Oriente e Occidente’, Milano 1999, p. 23.). A tutto ciò si dovevano aggiungere i tempi per la realizzazione delle macchine necessarie al funzionamento del cantiere (argani, ponteggi, ecc.), Villard de Honnecourt, ‘Taccuino di disegni’, ‘Attrezzi e strumenti vari. Sega idraulica - Arco automatico – Angelo meccanico – Apparecchio elevatore a vite e leva – Aquila mobile per leggio (XIII secolo), Parigi, Biblioteca Nazionale (n. 19093). quelli per la cavatura delle pietre cui doveva sommarsi il periodo necessario per l’espulsione dell’acqua di cava. Si consideri che il materiale veniva estratto preferibilmente d’estate per potere espellere rapidamente l’acqua di cava, cioè di imbibizione naturale: la pietra veniva estratta preferibilmente d’estate e tenuta esposta agli agenti atmosferici per diversi mesi (a volte anche due anni) al fine di stabilirne il grado di durevolezza in condizioni climatiche estreme, operazione che garantiva una cernita naturale del materiale di qualità scadente consentendo di utilizzare solo quello più resistente (1212 U. Menicali, I materiali dell’edilizia storica. Tecnologia e impiego dei materiali tradizionali, Roma 1992, p. 19.). Pensiamo alla ricerca e trasporto degli enormi tronchi necessari per realizzare le capriate. ‘Ricostruzione della procedura di erezione del tetto della navata della cattedrale di Notre-Dame di Reims (XIII secolo).La stagionatura del legno, ovviamente ricavato da alberi di grosso fusto ed esposto all’aria libera, avveniva in un tempo medio di almeno sette-otto anni onde essiccarsi a dovere ed assicurare così stabilità strutturale prima di poterlo utilizzare. La manovalanza da reperire in loco era indispensabile per operazioni di bonifica del terreno dalle acque superficiali, lo sterro, lo scavo delle trincee, l’eliminazione dei materiali di risulta con gerle o cesti, la realizzazione delle fondazioni e la cottura della calce. Personale specializzato coivolto erano poi carpentieri, cordai, fabbri: tempi lunghi erano necessari ai carpentieri per la progettazione e realizzazione dei ponteggi; i falegnami, come già detto, potevano lavorare il legno solo dopo almeno sette-otto anni di stagionatura naturale, il che comportava una progettazione di lungo periodo del cantiere medievale. Si pensi infine ai lunghi tempi di sosta legati all’andamento stagionale locale: d’inverno ogni lavoro veniva interrotto perché il freddo intenso gelava l’acqua rendendo decoese le malte e lo stesso dicasi nelle estati troppo calde quando l’acqua di miscela si asciugava troppo rapidamente; anche durante la stagione delle piogge l’attività doveva essere sospesa.

In sintesi non erano poi così tanti i mesi di lavoro nell’arco di un anno, ma a queste difficoltà oggettive si poteva ovviare in parte in un cantiere ben organizzato con la creazione di logge, ‘Tagliapietre’. Raffigurazioni da un capitello di St. Servatius a Maastricht (1180 ca.). dove potevano ricoverarsi e continuare la loro opera preparatoria scalpellini, scultori, fabbri, falegnami, carpentieri, cordai. Altri accidenti frequenti che rallentavano il lavoro erano l’improvvisa mancanza di fondi (spesso dovuta alla morte del committente legata spesso ai lunghi tempi necessari al compimento della costruzione), le carestie ed epidemie molto gravi e i crolli in corso d’opera. Non è nell’ordine logico delle cose che un cantiere di media grandezza e importanza potesse essere improvvisato. L’osservazione che a questi tempi si poteva ovviare in parte grazie a depositi di materiale ligneo sempre disponibile (come oggi) non appare sostenibile stante i costi di approvvigionamento e lavorazione: forse può essere valida per piccole quantità di legno immagazzinate in botteghe artigiane che realizzavano pale d’altare (per essere utilizzato con tranquillità nella pittura su tavola una tavola aveva bisogno comunque di una stagionatura di circa sei-sette anni ad evitare imbarcamenti e fessurazioni), ma non di fronte a impegni finanziari di queste astronomiche dimensioni.



Vogliamo solo accennare ai tempi di costruzione della più famosa cattedrale del Mille e cioè il duomo di Pisa, semplicemente con qualche considerazione di ordine pragmatico poiché il problema non è stato a nostro avviso ancora risolto in modo ineccepibile nonostante, come è ovvio, sia stato esaminato dai maggiori architetti e storici dell’arte.

Ci limiteremo alla prima fase del duomo di Pisa che, iniziata da Buscheto nel 1063/64, sarebbe durata circa mezzo secolo (i suoi altari furono consacrati nel 1118 e nel 1120). Continuano a sfuggirci le ragioni per cui, epigrafi e documentazione storica a parte, solo raramente si è presa in considerazione la più che probabile impossibilità che uno stesso individuo di nome Buscheto abbia iniziato e portato a termine l’antica prima cattedrale entro il 1110, data presunta della sua scomparsa (gli succederà Rainaldo). Basterà porre attenzione ad alcune considerazioni (come anticipato, di puro pragmatismo) sia in ordine alla dimensione biologica della vita media dell’uomo nel Medioevo (trentasei anni), sia al fatto che in genere un maestro di cantiere diventava tale ad una età non giovanissima. Si consideri che un architetto, oltre a non essere digiuno di cognizioni-base di aritmetica e geometria, acquisiva la propria esperienza dentro le fabbriche, tra successi straordinari ed errori plateali che spesso portavano al fallimento dell’impresa già in corso d’opera. Un’esperienza che si maturava, ci sembra logico, in un arco di tempo abbastanza ampio per cui, tenendo conto dei lunghi tempi ordinariamente necessari per costruire una chiesa, un maestro (come è stato scritto) non avrebbe diretto nel corso della sua vita più di un paio di cantieri: dunque una attività lavorativa di venti, forse trent’anni. Ovviamente non può essere escluso tout court che il nostro Buscheto sia vissuto grosso modo fino a settant’anni in attività di servizio. Quasi sicuramente era ancora vivo nel 1110: sarebbe morto infatti il 21 settembre di quell’anno (ma ricordiamo che secondo l’uso medievale l’epigrafe sepolcrale non indica alcuna data) ‘o di uno degli anni immediatamente successivi’. Per di più i documenti storici che lo riguardano con sicurezza sono tutti del secolo XII (1313 cfr. voce Buscheto, in EAM, IV, Roma 1993, a cura di G. SCALIA – V. ASCANI, pp. 17-19.). Non si potrà certo disconoscere il ruolo di crocevia di esperienze disparatissime in una città marinara come Pisa e suoi stretti legami con la Terrasanta, così come l’esistenza di edifici preromanici siti nella città come il San Piero a Grado (dintorni; metà circa del X secolo: il più antico), Santa Cristina, San Matteo, San Zeno, dove compare il motivo orientale del quadrato sull’angolo più o meno geometricamente regolare. Si legga, ad esempio, quanto scrive a tale proposito lo scandalizzato monaco Donizone nella Vita di Matilde di Canossa, composta tra 1111/12 e 1115/16: ‘sudicia città di pagani, di Turchi, di Libici ed anche di Parti, i bui Caldei scorazzano sulle sue spiagge’ (1414 vv. 1370-73, traduzione e note di P. Golinelli, introduzione di V. Fumagalli, Milano 19879.). In verità a Pisa, dove tra XI e XII secolo si registra il primo documento interamente in volgare, il cosiddetto ‘conto navale’, tra XII e XIII gli intellettuali conoscevano bene non solo il latino, ma anche il greco e i mercanti erano in grado di scrivere e parlare l’arabo (1515 L. BATTAGLIA RICCi, Breve profilo della cultura a Pisa tra XII e XIII secolo, in ‘Cimabue a Pisa. La pittura pisana del Duecento da Giunta a Giotto’, Pisa 2005, p. 48.). Dunque può non essere necessario immaginare fantastici viaggi di Buscheto attraverso tutto l’orbe conosciuto. Ci sia permesso comunque di dubitare che un giovane grosso modo poco più che ventenne nel 1064 avesse già acquisito esperienze così vaste da conoscere l’architettura siriaca (da cui discenderebbe l’icnografia del duomo pisano), quella dell’antichità pagana e paleocristiana, del mondo armeno (quadrati sull’angolo) e islamico (bicromia, soprattutto nella versione iberica: moschea di Cordova in particolare, secc. IX-XI), insomma conoscenze che abbracciavano l’Egitto, la Spagna musulmana, l’Anatolia, Costantinopoli. Egli possedeva inoltre cognizioni ingegneristiche (principio delle leve, risalente come è noto ad Archimede, ma dimenticato dai teorici del Medioevo ma comunque noto solo a pochi addetti ai lavori) e minerarie (supposta riapertura di cave di granito non sfruttate da secoli all’Elba e in Sardegna): insomma, come scrive Mario Salmi (1616 Architettura romanica in Toscana, Milano-Roma 1928, p. 12.), ‘una limpida mente assimilatrice’ cui tuttavia ‘non toccò la ventura di attuare interamente la sua grandiosa visione estetica’. Dell’argomento si è occupato Adriano Peroni (1717 Architettura e decorazione, in ‘Il Duomo di Pisa’, Modena 1995, pp. 13 ss.) senza, ci sembra, dare risposte convincenti forse perché impossibili. Da ultimo vedi che neanche Guido Tigler (1818 Toscana romanica, Milano 2006, p. 46.) si pone il problema sotto questo profilo, ma è importante segnalare quanto scrive (p. 211) invece sulla situazione edilizia pisana, e cioè che ‘poco dopo il 1026’ il monaco Bono, proveniente da Nonantola, ricostruì il monastero di Borgo San Michele a Pisa ‘per il cui chiostro fece venire colonne dall’Elba (in granito) e da Luni (in marmo di Carrara)’. Di conseguenza sembrerebbe che circa un quarantennio prima che si desse inizio al duomo pisano le cave dell’isola d’Elba fossero già in funzione. Comunque il nostro genio giovinetto (Buscheto) fu incaricato dalla Repubblica dell’Arno, dal Vescovo e dai Marchesi di Toscana di progettare e dirigere la costruzione di un edificio di una tale importanza e dimensioni da costituire un esempio unico nel panorama dell’architettura del Mille non solo in Toscana, ma non sappiamo sulla base di quali referenze. Ci pare indubbio che la scelta sia stata fondata sulla conoscenza di sue opere ben note, realizzate nella città o nei dintorni. La critica non ci sembra abbia ancora indagato a fondo questo aspetto del problema: pare tuttavia accertato che fosse attivo anche a Pistoia negli anni Settanta del secolo, dunque in contemporanea al cantiere pisano. Indubbiamente le sue straordinarie capacità seppero dare al nuovo edificio una perfezione estetica mai vista sino ad allora, come la regolarizzazione del motivo armeno dei quadrati sull’angolo già presenti, sebbene estremamente insicuri nella loro irregolarità geometrica, nel San Piero a Grado e nel San Zeno. Non sappiamo se si debba dubitare che Buscheto sia stato il progettista di questa grandiosa fabbrica o che lo stesso individuo l’abbia portata a compimento (come sembrerebbe più probabile basandosi sulla documentazione storica superstite). Le ben note iscrizioni celebrative e trionfalistiche della sua tomba, riesaminate con attenzione da G. Tedeschi Grisanti (1919 scheda n. 8, pp. 336-37, in ‘Il Duomo di Pisa’, Modena 1995.), mostrano che la mitizzazione della sua figura ebbe inizio già in vita e perdura tuttora nella letteratura specialistica. Il problema resta aperto ma, come scrive M.L. TESTI CRISTIANI (2020 Tra Oriente e Occidente. Arte medievale a Pisa, CNR, Roma 2005, p. 141 ss.), se l’inizio della costruzione del Duomo avvenne ‘non implausibilmente’ nel 1087, si sistemerebbero alcuni tasselli del mosaico sulla durata della lunghissima vita di Buscheto (esattamente di una generazione più giovane).

Neanche per le grandi cattedrali o chiese abbaziali di Sardegna si potrà immaginare un tempo inferiore ai quindici anni e ciò ad essere ottimisti considerando comunque che nell’isola forse l’andamento stagionale era meno condizionante rispetto, ad esempio, a quello delle regioni settentrionali della penisola, senza dimenticare che fattore imprescindibile per abbreviare i tempi di costruzione era il disporre di una committenza alta (i giudici) e dunque di fondi pressoché illimitati come a Bisarcio e Saccargia e prima ancora nella basilica del Mille del San Gavino a Porto Torres, illustrata da chi scrive nel 1997‘San Pietro, San Paolo e Santo Stefano appaiono in sogno all’abate Gunzone di Cluny per mostrargli lo schema e le misure della chiesa abbaziale da costruire’ (XII secolo), Parigi, Biblioteca Nazionale. (2121 F. Poli, La basilica di San Gavino a Porto Torres. Storia e vicende architettoniche , Sassari 1997.) prima dunque di conoscere i risultati delle indagini archeologiche, scavi impenetrabili da parte dei non addetti ai lavori ed oggi praticamente scomparsi alla vista. Forse tale durata non sarà stata sufficiente se si tiene conto che le notizie storiche in nostro possesso rivelano la presenza (in verità assai esigua) di soli undici operai specializzati provenienti da Pisa. Ovviamente altra forza lavoro sarà stata come sempre reclutata in loco e cioè manovali, apprendisti, carpentieri, fabbri, falegnami, cordai, cui si saranno aggiunti secondo la consuetudine assai diffusa penitenti, donne e bambini. Ci riferiamo ovviamente alla prima fase del San Gavino (iniz. 1030-40) e cioè la ecclesia est, raddoppiata (ecclesia ovest) qualche decennio dopo (sempre entro il Mille) fino a comporre l’attuale icnografia ad absidi affrontate.

Abbiamo comunque la fortuna per il San Gavino di disporre dei risultati degli scavi archeologici eseguiti nelle campagne di scavo degli anni 1963 e 1989-2003. Le prime ricerche furono iniziate nei lontani anni Sessanta da Gugliemo Maetzke (2222 ‘Monte Agellu‘. Le origini della basilica di S. Gavino di Porto Torres secondo le testimonianze archeologiche, Sassari 1989.) e portarono alla scoperta dei resti di un edificio sacro occidentato attribuibile a V secolo, reso ispezionabile attraverso la tristissima galleria inferiore seicentesca della basilica. Il suo schema planimetrico raccorciato trova precisi riscontri in chiese scomparse sia sarde (Dònori, San Nicola), sia ravennati (Africisco, San Michele), sia siciliane (Nésima, basilica), costruite tra il V e il VI secolo. Gli scavi sono proseguiti, senza potere essere portati a conclusione, negli anni 1989-2003 nei cortili che fiancheggiano la chiesa sui lati lunghi, denominati per tradizione ‘Atrio Metropoli’ (a sud; oggi lastricato, con ingresso agli scavi non agibile) e ‘Atrio Comita’ (a nord; sistemato a verde, con indicazione del perimetro degli edifici ritrovati). Dei lavori compiuti si è dato conto in un volume a più mani in verità assai lacunoso e impreciso, che riassumiamo con beneficio d’inventario stante l’assenza di una documentazione fotografica e grafica esauriente (2323 Indagini archeologiche nel complesso di San Gavino a Porto Torres. Scavi 1989-2003, Roma 2006.). Oltre alla conferma della destinazione a cimitero pagano-cristiano dell’area del Monte Agellu grazie alle numerose tombe venute in luce, la scoperta di maggiore importanza è stata quella di una presunta chiesa a tre navi, risultato di un doppio rimaneggiamento eseguito tra IV e VI secolo: si tace sostanzialmente sui resti messi in luce dal Maetzke. L’icnografia trinavata è ipotizzata ma non provata perché gli scavi non si sono estesi al di sotto della navatella settentrionale della basilica, in corrispondenza dei ritrovamenti esterni: se mai costruita, questa navatella avrebbe distrutto le strutture murarie ritrovate dal Maetzke nel 1963. Sono poi stati individuati (ad ovest) i resti del basamento di un portico di età posteriore a questa ‘seconda’ chiesa, sfuggenti per datazione e destinazione d’uso. A sud è stata ritrovata una cisterna altomedievale coperta da volta a botte e, in uno scarico di cantiere, minuti frammenti di affresco probabilmente del Mille (giudichiamo dalla fotografia pubblicata). Il testo prosegue con ipotesi insoddisfacenti per mancanza di elementi di scavo inequivocabili e di rilievi di ineccepibile lettura, tra contraddizioni cronologiche nei diversi contributi.

Per quanto riguarda il nostro assunto è stato segnalato che sul fianco settentrionale dell’edificio protoromanico sono state individuate buche di palo che gli operatori ritengono trattarsi dei resti di un’ipotetica chiesa lignea. Se così fosse l’organismo avrebbe avuto dimensioni spropositate per un edificio provvisorio destinato, per un tempo relativamente breve, ad una comunità presumibilmente assai ristretta di fedeli, eretto in attesa dell’ultimazione/agibilità del raddoppiamento verso ovest dell’edificio in muratura in costruzione nel secolo dell’Anno Mille. Non ne conosciamo esempi simili ma solo strutture di modestissime dimensioni, di cui si è trovata traccia archeologica nelle regioni alpine e nell’Europa settentrionale. A nostro avviso ci troviamo in presenza di una loggia di cantiere funzionale alla razionalizzazione di tutte le operazioni costruttive sopra descritte, identiche per qualunque edificio medievale perché soggette agli stessi condizionamenti ambientali ed economici. Presso il cantiere, quando questo veniva supportato da una committenza facoltosa, si costruiva appunto una loggia, cioè una casa-magazzino in legno dove operavano scalpellini, fabbri, falegnami ecc. al riparo dalle piogge e dai freddi invernali e dove si conservavano gli attrezzi e il materiale da lavorare, nonché le macchine per il sollevamento dei materiali da costruzione. Tali strutture precarie, che consentivano di abbattere i tempi morti di lavorazione, oltre un ‘ufficio’ amministrativo/tecnico, ospitavano gli alloggi e la mensa per il personale.

In ogni caso una scoperta importante poiché si tratterebbe dell’unico caso nell’isola che testimoni la presenza di un cantiere edilizio protomedievale di grande specializzazione e di perfetta organizzazione.


Ultimo aggiornamento ( Mercoledì 23 Aprile 2014 12:48 )  
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Rossella Fadda e Fernanda Poli

di Sardegna Medievale, al lavoro

all'interno dalla Basilica di San Gavino

a Porto Torres. Oggetto del set di riprese

fotografiche è la Lunetta del portale

settentrionale della chiesa

(quella posizionata all'esterno è una copia)






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