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Considerazioni sul Cantiere Medievale

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Considerazioni sul Cantiere Medievale
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di FERNANDA POLI

‘Costruzione della Torre di Babele’, Rudolf von Ems, Cronaca universale, (1360 circa), Zurigo, Zentralbibliotek.

Il Medioevo non aveva una concezione chiara e lineare del tempo, per cui sia la rapidità sia la lunga durata di una costruzione potevano essere oggetto di meraviglia come attestato dalle fonti: si prendano i due casi estremi dei venti anni necessari per innalzare Cluny III e dei centoundici per il duomo di Ulm (11 W. SauerlÄnder, Tempi pieni e tempi vuoti, in E. CASTELNUOVO – G. SERGI, a cura di, ‘Arti e storia nel Medioevo’, I: ‘Tempi Spazi Istituzioni’, Torino 2002, pp. 12 ss.). Per quanto i loro testi tendessero a magnificare le operazioni di costruzione delle cattedrali, non sfuggiva neanche ai cronisti del tempo che varianti imponderabili come il rigore degli inverni e la durata delle piogge influenzavano i tempi di realizzazione.

Le epigrafi di consacrazione indicano la fine dei lavori e non la durata degli stessi: caso eccezionale quello del pergamo di Guglielmo (oggi a Cagliari), la cui realizzazione viene indicata in quattro anni e l’ultimazione al 1162 ma si tratta di un manufatto costruito nella bottega del marmoraro e per ciò stesso la sua realizzazione è indipendente per lo meno dalle vicissitudini atmosferiche. Ovviamente se il committente è un imperatore, un re o un grande abate i tempi ‘vuoti’ si annullano. La Santa Sofia di Costantinopoli fu portata a termine dagli architetti di Giustiniano in soli cinque anni e mezzo (22 C. Mango, Architettura bizantina, Milano 1989, p. 68.) grazie ad una straordinaria organizzazione del lavoro e un sistema gigantesco di forniture; l’abbazia desideriana di Montecassino fu costruita nell’arco di un lustro da architetti chiamati da Amalfi e dalla Lombardia e grazie al riuso di materiali come colonne e marmi fatti venire da Roma (33 M. D’ONOFRIO - V. PACE, La Campania, Milano 1981, pp. 43 ss.); Federico II in soli sette anni portò quasi a termine il castello di Maniace a Siracusa. Ma la cattedrale di Santiago di Compostela (iniz. 1078), nonostante il ‘geniale maestro’ Bernardo il Vecchio avesse a disposizione, oltre al caposquadra Roberto, una cinquantina di tagliapietre, durò quarantaquattro anni (44 M. Durliat, L’arte romanica, Milano 1994, p. 71.). Per la cattedrale di Cefalù furono assoldati quarantacinque lapicidi e circa trecentocinquanta lavoratori (55 S. Tramontana, Il Regno di Sicilia, Torino 1999, p. 435; non indicato il tempo di esecuzione.). Un tempo record è considerato il decennio necessario per la costruzione della prima cattedrale di Lucca (1060-70), ma per il San Marco veneziano occorsero più di trent’anni (1063-‘Lapicidi al lavoro’ (da una vetrata della cattedrale di Notre-Dame di Chartres, XII-XIII secolo).1094). Per A.C. Quintavalle la cattedrale di Modena sarebbe stata eretta in sette anni (1099-1106), un giudizio (non condiviso da altri studiosi e neppure da chi scrive) che lo stesso Quintavalle è andato via via attenuando nel suo rigore, ammettendo la possibilità che l’attività documentata a Cremona a partire dal 1107 della taglia di Wiligelmo non testimoni una fine dei lavori di costruzione a Modena, bensì attesti l’eventualità che lo scultore si spostasse velocemente tra i due cantieri contermini. Il 1099 è la data dell’inizio dei lavori e il 1106 quella della traslazione del corpo di San Gemignano a chiesa non ultimata. L’opera di Wiligelmo sarebbe posteriore a questa data: egli avrebbe lavorato a Modena una quindicina d’anni. Ad ogni buon conto trenta/quarant’anni sono stati giudicati un tempo abbastanza breve per la costruzione di una cattedrale (ad esempio quella di Parma), tanto da consentire cioè la conservazione dell’unità stilistica del monumento, sebbene rimanga assai difficile se non impossibile stabilire il tempo medio per l’erezione di un edificio chiesastico (66 Si veda sull’argomento in generale X. Barral I Altet, Contro l’arte romanica? Saggio su un passato reinventato, Roma 2009, pp. 177-78; cfr. anche A.C. Quintavalle, L’arte sulle vie del pellegrinaggio in ‘Romei e Giulibei. Il pellegrinaggio medievale a San Pietro (350-1350)’, Milano 1999, p. 176; Id., Ritualità e strutture dell’arredo tra XI e XIII secolo. Novità sull’officina di Niccolò a Fano ed Ancona e su quella antelamica in Puglia, in ‘Medioevo: i modelli’, Atti del Convegno internazionale di studi di Parma 1999, Milano 2002, p. 135, nota 7; Id., Medioevo: i modelli, un problema storico, in ‘Medioevo: i modelli’ cit., pp. 11 ss; Id., I mostri stiliti. I capitelli del duomo di Modena, FMR, 161, dicembre-gennaio 2004, pp. 60-78; Id., I tempi della scultura e le officine dei progettisti tra XI e XII secolo in Lombardia e in Occidente, in ‘Medioevo: arte lombarda’, Atti del Convegno internazionale di studi di Parma 2001, Milano 2004, pp. 327 ss: in quest’ultimo studio precisa comunque che le sculture della cattedrale di Modena potevano essere state ultimate nel 1106 avant la pose, una data che, sembra di capire, non implicherebbe anche l’ultimazione dei lavori di costruzione.). Infine si ricordi che è stato autorevolmente calcolato che, per erigere una modesta chiesa di campagna (dunque con ogni probabilità senza committenti facoltosi) occorrevano almeno quindici anni impiegando due operai specializzati e usufruendo, per i lavori più pesanti, della collaborazione della gente del villaggio: ‘povertà di mezzi e difficoltà dei trasporti legano strettamente il cantiere medievale alla realtà fisica e sociale del territorio in cui esso opera’(77 D. Fiorani, Tecniche costruttive medievali. Il Lazio meridionale, Roma 1996, p. 5.). Da rifiutare categoricamente è l’idea ‘romantica’ che nel Medioevo gli edifici nascessero privi di progettazione a monte. Infatti documentata e indispensabile era la presenza di un architector progettista (detto anche magister), Relatio de innovatione ecclesie sancti Geminiani, Modena, Archivio Capitolare, cod. n. 11, fol. 1v. ‘L’architetto Lanfranco insieme ad operarii al lavoro’ (XII secolo) che poteva o meno dirigere i lavori (in questo caso chiamato rector), spesso sculptor, di nome e di fatto. Significativa la distinzione tra architectus sapiens, il progettista, e architectus coementarius, il costruttore, segnalata da A. Melucco Vaccaro (88 Agere de arte, agere per artem, in ‘Morfologie sociali e culturali in Europa tra tarda Antichità e Altomedioevo’, Spoleto 1998, p. 349.). Gli artifices erano gli operai specializzati, cui veniva demandata l’erezione delle murature; glioperarii erano i manovali, spesso maestranze locali. Con questo personale, inevitabilmente analfabeta, le difficoltà di comunicazione venivano superate dal progettista/direttore dei lavori segnando i blocchi tagliati con lettere o simboli di semplice e immediata comprensione; allo stesso scopo si creavano modellini o sagome elementari e conosciute e si progettava l’opera mediante l’uso, per quanto possibile, di numeri interi e forme geometriche facili da riprodurre, servendosi sul campo di strumenti quali cordicelle, squadre, livelle.Villard de Honnecourt, ‘Taccuino di disegni,‘Procedimenti e trattati per l’edilizia. In questo modo si tagliano due archi uguali; In questo modo si calcola l’altezza di una torre (XIII secolo), Parigi, Biblioteca Nazionale (n. 19093). Ricordiamo che fino al XVII secolo la capacità di calcolare la resistenza alle sollecitazioni dei diversi materiali non superò la fase empirica, basata cioè sull’esperienza di cantiere (99 cfr. J.J. Terrin, Cupole, Milano 2006, p. 32.). Tra le infinite difficoltà e incognite legate alla costruzione di un edificio sacro ricordiamo che per realizzare un concio un lapicida doveva lavorare da cinque a sei ore e che per scavare le fondazioni era necessario un anno. Uno strumento indispensabile al lavoro dei muratori come la carriola, mossa da un solo uomo, sembra non sia entrato nei cantieri edili prima del XIII secolo (1010 J. Gimpel, I costruttori di cattedrali, Milano 1961, pp. 164; 167.). Sino a quel momento il movimento dei materiali era affidato a manovali: un uomo non poteva portare sulle proprie spalle entro ceste più di due conci per volta, a causa del loro peso non indifferente; si faceva anche uso di barelle rette da due uomini. Tra questi si trovavano penitenti che cercavano così di lucrare il perdono della Chiesa per i loro peccati, donne e bambini: un aiuto in verità poco apprezzato dagli operatori di mestiere che li consideravano concorrenti non graditi (1111 F. Cardini, La cattedrale: il simbolo, il documento, il monumento, in ‘Libri di pietra. Mille anni della cattedrale di Ancona tra Oriente e Occidente’, Milano 1999, p. 23.). A tutto ciò si dovevano aggiungere i tempi per la realizzazione delle macchine necessarie al funzionamento del cantiere (argani, ponteggi, ecc.), Villard de Honnecourt, ‘Taccuino di disegni’, ‘Attrezzi e strumenti vari. Sega idraulica - Arco automatico – Angelo meccanico – Apparecchio elevatore a vite e leva – Aquila mobile per leggio (XIII secolo), Parigi, Biblioteca Nazionale (n. 19093). quelli per la cavatura delle pietre cui doveva sommarsi il periodo necessario per l’espulsione dell’acqua di cava. Si consideri che il materiale veniva estratto preferibilmente d’estate per potere espellere rapidamente l’acqua di cava, cioè di imbibizione naturale: la pietra veniva estratta preferibilmente d’estate e tenuta esposta agli agenti atmosferici per diversi mesi (a volte anche due anni) al fine di stabilirne il grado di durevolezza in condizioni climatiche estreme, operazione che garantiva una cernita naturale del materiale di qualità scadente consentendo di utilizzare solo quello più resistente (1212 U. Menicali, I materiali dell’edilizia storica. Tecnologia e impiego dei materiali tradizionali, Roma 1992, p. 19.). Pensiamo alla ricerca e trasporto degli enormi tronchi necessari per realizzare le capriate. ‘Ricostruzione della procedura di erezione del tetto della navata della cattedrale di Notre-Dame di Reims (XIII secolo).La stagionatura del legno, ovviamente ricavato da alberi di grosso fusto ed esposto all’aria libera, avveniva in un tempo medio di almeno sette-otto anni onde essiccarsi a dovere ed assicurare così stabilità strutturale prima di poterlo utilizzare. La manovalanza da reperire in loco era indispensabile per operazioni di bonifica del terreno dalle acque superficiali, lo sterro, lo scavo delle trincee, l’eliminazione dei materiali di risulta con gerle o cesti, la realizzazione delle fondazioni e la cottura della calce. Personale specializzato coivolto erano poi carpentieri, cordai, fabbri: tempi lunghi erano necessari ai carpentieri per la progettazione e realizzazione dei ponteggi; i falegnami, come già detto, potevano lavorare il legno solo dopo almeno sette-otto anni di stagionatura naturale, il che comportava una progettazione di lungo periodo del cantiere medievale. Si pensi infine ai lunghi tempi di sosta legati all’andamento stagionale locale: d’inverno ogni lavoro veniva interrotto perché il freddo intenso gelava l’acqua rendendo decoese le malte e lo stesso dicasi nelle estati troppo calde quando l’acqua di miscela si asciugava troppo rapidamente; anche durante la stagione delle piogge l’attività doveva essere sospesa.



Ultimo aggiornamento ( Mercoledì 23 Aprile 2014 12:48 )  
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