Sardegna Medievale - ebook d'arte

Bosa, l'incontro dei tre vivi e dei tre morti

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Bosa - Incontro dei tre vivi e dei tre mortiIl sentimento del macabro apparve nell’arte cristiana dell’Occidente nel corso del XIII secolo quando lo sviluppo economico favorì uno stile di vita laicamente lussuoso, contrastato invano dalla predicazione dei Mendicanti: come sempre, il tema della morte si diffonde quando si fa maggiore la sicurezza sociale, mentre in tempi di crisi si ha la rimozione del problema. La sua prima traduzione pittorica fu l’Incontro dei tre vivi e dei tre morti. Alberto Tenenti (1986) ritiene che un sentimento di lacerazione tra abbandono fiducioso in Dio e attaccamento al mondo si affacci alle coscienze con maggiore chiarezza nella prima metà del Trecento, anteriormente comunque allo scatenarsi della Peste Nera (1347-50; anno di peste fu anche il 1340) che, proveniente dalle pianure dell’Asia centrale, ricomparve in Europa dopo un millennio di latenza (cioè dopo quella del 542 detta di Giustiniano) e si ripeterà altre due volte nel secolo.

La pandemia, che si diffuse a partire dalle città portuali, falcidiò forse il cinquanta per cento della popolazione europea ed ebbe, come effetto post-traumatico, una scontata svolta psicologica verso la lussuria e l’amore per la vita. La morte era sino ad allora la francescana ‘sora nostra morte corporale’ o, per un poeta, il ‘soave e dolce mio riposo’ (Dante, ‘Vita Nuova’, 1292-93). Ma già Jacopone da Todi (†1306) parlava di ‘dura morte’, mentre le laudi delle confraternite italiane avevano evocato spesso la ‘solitudine del cadavere, preda dei vermi nel buio della fossa’. Con Francesco Petrarca l’atteggiamento dell’uomo nei confronti della vita cambia: quanto più la morte disvela agli esseri viventi la fugacità dei beni terreni vanificando così ansie e ambizioni (‘L’Africa. Morte di Magone’, iniz. 1338 circa: ‘Morte, la più bella delle cose, tu [...] sgombri i sogni in che è scorsa la vita’), tanto più l’attaccamento ad essi si farà straziante.

L’iconografia dell’‘Incontro’ o ‘Contrasto’ appare verso la metà del Duecento, un tempo in cui sicuramente la paura della morte si andava facendo più concreta e lo stesso Francesco, pur incitando a non temerla, non aveva potuto evitare di definirla inquietante. Il tema si ripeterà per più di un secolo (con qualche eco tardiva ancora nel Quattrocento), segno che il suo impatto psicologico su committente, pittore e fruitori era ancora notevole. Se nella raffigurazione di Atri (1240-50) cogliamo una sorta di superstizioso terrore, a un secolo di distanza (1336-41) nella stessa scena, strutturata secondo gli schemi tipici del teatro religioso medievale a luoghi deputati (le voci degli attori sostituite dai cartigli), del Camposanto di Pisa avvertiamo qualcosa di blasfemo (non solo ironia come è stato scritto) o comunque il rifiuto di soffermarsi a riflettere sulla drammaticità dell’evento: in una città borghese come Pisa anche la morte sembra essersi laicizzata. A Bosa invece, come cercheremo di dimostrare, una pena malinconica traspare nell’attenzione insistita con cui il pittore tratteggia i volti dei giovani defunti sottolineandone la bellezza fragile e vana, segno che il tema, proposto forse come meccanica ripetizione dall’iconografo francescano, conservava intatta la valenza di incontro individuale con la morte fisica. Come ebbe a scrivere Georges Duby (1977), la morte è ormai diventata un evento privato e la rinuncia alla terra sempre più difficile: ‘il mondo è pieno di delizie, e lo scandalo è venirne strappati’.

Tratto dall'ebook: Bosa Medievale di Fernanda Poli.

Ultimo aggiornamento ( Mercoledì 23 Aprile 2014 12:36 )  
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Rossella Fadda e Fernanda Poli

di Sardegna Medievale, al lavoro

all'interno dalla Basilica di San Gavino

a Porto Torres. Oggetto del set di riprese

fotografiche è la Lunetta del portale

settentrionale della chiesa

(quella posizionata all'esterno è una copia)






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