Sardegna Medievale - ebook d'arte

Il nostro progetto è la diffusione della conoscenza dell’arte in Sardegna.

Saccargia - Una scena della passione di cristo

Le scene della Passione di Cristo negli affreschi di Saccargia

Il primo pannello, a sinistra, raffigura l’Ultima Cena, momento della ‘Passione’ in cui Cristo istituì il sacramento dell’Eucarestia. Su un pavimento a piastrelle decorate a fioroni, identici a quelli rossi-ocra del suppedaneo di adorazione del trono del ‘Cristo in maestà’ (le troviamo anche a Galtellì), piastrelle che il pittore tenta inutilmente di rendere in qualche modo in fuga prospettica, i divini commensali si dispongono sull’avampiano intorno ad una tavola, ridotta ormai ad una superficie bianca di forma quadrangolare da cui sono scomparsi cibi e stoviglie. Il Redentore è a sinistra (il posto d’onore nella tradizione bizantina), seduto anche se non è facile distinguere lo sgabello. Giovanni chiude gli occhi e poggia il capo sul cuore del Cristo: la conoscenza delle cose divine e dell’amore di Dio si acquista solo in trance.

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Codrongianus, abbazia della SS Trinità di Saccargia, interno, fusto di colonna. (foto R. Fadda), dall'ebook Saccargia, il complesso monastico camaldolese della SS Trinità. F. Poli Dhuoda edizioni

Un frammento di arredo liturgico nella Basilica della SS. Trinitá di Saccargia

di ANDREA PALA

(Estratto dal volume A. Pala, Arredo liturgico medievale. La documentazione scritta e materiale in Sardegna fra IV e XIV secolo, Cagliari, Valveri 2010, pp. 44-49)

All’interno dell’abbazia della SS. Trinità di Saccargia sono rintracciabili una serie di reperti litici allo stato erratico, frutto di restauri fine ottocenteschi o dei decenni successivi, sistemati in maniera casuale e soggetti a continui spostamenti (11 F. Poli, Saccargia. L’abbazia della SS. Trinità, Roma, 2008, Carlo Delfino editore, p. 64.). Tali manufatti appartenevano alla facciata della chiesa di Saccargia prima del restauro operato da Dionigi Scano (22 A. Ingegno, Storia del restauro dei monumenti della Sardegna dal 1892 al 1953, Oristano, 1993, S’Alvure, pp. 200, 206 schede 9, 13; S. Gizzi, (a cura di), “I restauri di fine Ottocento alla basilica di Saccargia nella cultura dell’epoca”, in SS. Trinità di Saccargia. Restauri 1891-1897, Roma, Gangemi, pp. 25-82.). Tra questi si segnalano i settori delle ghiere del portico, nei quali si riconoscono: animali che si rincorrono, motivi di palmette, tralci vegetali con draghi serpentiformi; un capitello con cànidi alati murato all’interno dell’aula, accostabile ad un altro poco leggibile ma forse con lo stesso soggetto; una serie di colonnine e capitelli dal corpo cilindrico e un capitello con elici e fettuccia (33 F. Poli, Saccargia. L’abbazia della SS. Trinità, Roma, 2008, Carlo Delfino editore, p. 65.).

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La 'Caccia infernale' nelle decorazioni scultoree del portico di Saccargia

Ad uno scultore diverso, rispetto agli artefici che hanno realizzato bovini, cànidi, capitelli binati già nel chiostro, deve attribuirsi la decorazione a bassorilievo della arcate frontali del portico. Nella ghiera centrale, che denuncia segni di smontaggio e rimontaggio dei conci, è rappresentata una caccia infernale. In chiave è posto un piccolo cinghiale, essere quasi sempre demoniaco ma a volte simbolo di Cristo: è visto di profilo e in atto di accosciarsi; mostra le fauci senza denti; il globo oculare sporgente ha la pupilla bucata; i lembi dell’orecchio aguzzo si rinserrano; la cortissima coda accenna ad un ricciolo; le zampe sono unghiate. È insidiato su due fronti da animali in atteggiamento aggressivo che portano un collare a trafori: un particolare comune nella scultura romanica per indicare i cani da caccia, bestie che nel Medioevo avevano la stazza di un odierno molosso ed erano molto feroci. Hanno criniere folte, orecchie appuntite (allusione al peccato), narici dilatate, denti aguzzi tra i quali sporgono lingue lunghissime, occhi dai globi rilevati forati dal trapano e inseriti tra due solchi, zampe unghiate ad artiglio, membri virili ben evidenziati.

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Bosa - Incontro dei tre vivi e dei tre morti

Bosa, l'incontro dei tre vivi e dei tre morti

Il sentimento del macabro apparve nell’arte cristiana dell’Occidente nel corso del XIII secolo quando lo sviluppo economico favorì uno stile di vita laicamente lussuoso, contrastato invano dalla predicazione dei Mendicanti: come sempre, il tema della morte si diffonde quando si fa maggiore la sicurezza sociale, mentre in tempi di crisi si ha la rimozione del problema. La sua prima traduzione pittorica fu l’Incontro dei tre vivi e dei tre morti. Alberto Tenenti (1986) ritiene che un sentimento di lacerazione tra abbandono fiducioso in Dio e attaccamento al mondo si affacci alle coscienze con maggiore chiarezza nella prima metà del Trecento, anteriormente comunque allo scatenarsi della Peste Nera (1347-50; anno di peste fu anche il 1340) che, proveniente dalle pianure dell’Asia centrale, ricomparve in Europa dopo un millennio di latenza (cioè dopo quella del 542 detta di Giustiniano) e si ripeterà altre due volte nel secolo.

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Rossella Fadda e Fernanda Poli

di Sardegna Medievale, al lavoro

all'interno dalla Basilica di San Gavino

a Porto Torres. Oggetto del set di riprese

fotografiche è la Lunetta del portale

settentrionale della chiesa

(quella posizionata all'esterno è una copia)






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